Dal G20 il rischio di greenwashing globale

Negli ultimi due secoli gli esseri umani hanno estratto grandi quantità di carbonio dal sottosuolo, utilizzando fonti fossili, con il conseguente effetto di un surplus dell’elemento stesso in atmosfera e di una perturbazione dello stato di equilibrio dei cicli biogeochimici. Tutto ciò ha cambiato di fatto la capacità di assorbimento dell’anidride carbonica  su larga scala. Il problema va affrontato a livello globale e i cosiddetti “grandi della terra” dovrebbero prendere in considerazione aspetti che invece risultano assenti nelle loro dichiarazioni ufficiali.

Nella dichiarazione finale del G20 a Roma si legge: “Riconoscendo l’urgenza di combattere il degrado del suolo e creare nuovi vasche di assorbimento del carbonio, condividiamo l’obiettivo ambizioso di piantare collettivamente 1.000 miliardi di alberi, concentrandoci sugli ecosistemi più degradati del pianeta”.

Segue la sollecitazione a fare sinergia tra i diversi paesi per raggiungere questo obiettivo entro il 2030.

Certamente piantare alberi, soprattutto nelle aree urbane, può aiutare a mitigare il clima, a catturare anidride carbonica e anche polveri sottili.

Tuttavia, affinché ciò non si trasformi in un’operazione di greenwashing, sarà necessario capire come agire per ottenere realmente gli obiettivi prefissati.

Bisogna scegliere quali alberi piantare, tenendo conto innanzitutto della scelta di alberi autoctoni per evitare l’introduzione di specie alloctone che generalmente creano problemi di squilibri dannosi negli ecosistemi.

Un’altra necessaria osservazione riguarda la scelta della pianta autoctona da utilizzare, considerando i cambiamenti climatici in corso. Focalizzandoci sull’Italia, non dobbiamo dimenticare la tempesta Vaia che nell’ottobre 2018 ha abbattuto circa quattordici milioni di alberi nelle valli alpine di Lombardia, Trentino, Veneto, Friuli. I boschi devastati troppo spesso erano vere e proprie monocolture intensive di abeti, le cui radici si estendono in superficie e le cui altezze rispetto al diametro sono elevate, per cui non resistono bene alle tempeste a cui purtroppo dovremo abituarci. I larici, le cui radici scendono maggiormente in profondità, hanno resistito.

Un albero non è un soprammobile, ma vive in equilibrio dentro un ecosistema fatto anche di microcosmo del suolo, di erbe e arbusti. E se lungo i viali delle città è possibile immaginare di sistemare alberi che rispondano alle esigenze di mitigazione del clima, ma, soprattutto, di rendere migliore l’aria che si respira per la loro azione antismog e per la cattura dell’anidride carbonica, nel progettare aree verdi urbane ed extraurbane occorre tener conto dell’importanza dell’ecosistema nel suo insieme, un ecosistema che non si inventa, che si costruisce favorendo le condizioni perché si sviluppi in armonia, se non si vogliono vedere alberi che spuntano tra erbe infestanti e che vanno più facilmente incontro a patologie che ne compromettono l’esistenza in vita. L’attenzione al suolo, al sottobosco, all’eterogeneità arborea deve essere massima, per garantire la creazione di vere e proprie isole di mitigazione del clima, ma anche per avere l’importante contributo al ciclo del carbonio di erbe, che hanno alto potenziale di cattura di anidride carbonica e “stoccaggio” del carbonio nel suolo.

Altro fattore da prendere in considerazione è il tempo di crescita delle piante. Il carbonio è per lo più immagazzinato nei fusti massicci e nelle radici profonde di alberi che hanno centinaia di anni.

Piantare mille miliardi di alberi dicendo di voler “compensare” le emissioni di anidride carbonica prodotte dall’estrazione dei combustibili fossili e continuare a distruggere foreste antiche è una grossa contraddizione, non la soluzione di un problema così grave da compromettere la sopravvivenza della biosfera.

Si deve agire per ripristinare e conservare le foreste, riconoscendo l’enorme potenziale degli ecosistemi naturali nella lotta contro i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità.

Ogni ecosistema è un’unità funzionale naturale che comprende il comparto biotico e quello abiotico, legati tra loro da un punto di vista funzionale e le cui proprietà si influenzano reciprocamente, essendo entrambi necessari per mantenere la vita sulla terra. Se non si parte da azioni che tutelino questo equilibrio, a livello locale e a livello globale, si fa solo greenwashing.

La diffusione di nuovi virus sarebbe l’inevitabile risposta della natura all’assalto dell’uomo, come spiega la virologa Ilaria Capua, che dal 2016 dirige uno dei dipartimenti dell’Emerging Pathogens Institute dell’Università della Florida: «Tre coronavirus in meno di vent’anni rappresentano un forte campanello di allarme. Sono fenomeni legati anche a cambiamenti dell’ecosistema: se l’ambiente viene stravolto, il virus si trova di fronte a ospiti nuovi».

Si deve impedire che, con la scusa delle compensazioni, le grandi multinazionali dell’agroalimentare realizzino piantagioni a uso commerciale, si devono scegliere alberi come querce, betulle, olmi e altri alberi autoctoni per il nostro paese, che, in base a quanto suggeriscono esperti del settore, assolvono al compito di mitigare il clima, catturare anidride carbonica e polveri sottili, resistendo agli stravolgimenti meteorologici che stanno caratterizzando il nostro territorio.

Non possiamo consegnare le sorti del pianeta, che significa consegnare la vita nelle sue articolazioni e nella sua complessità, a chi per ignoranza o per profitto non prende in considerazione aspetti scientifici fondamentali. Dobbiamo informare, informarci, esercitare in ogni luogo controllo popolare per difendere il futuro delle nuove generazioni.

Autore

  • Antonia Romano, docente e formatrice in didattica della matematica e delle scienze, è stata nel coordinamento nazionale dell’Altra europa con Tsipras, consigliera comunale a Trento dove è stata eletta con una lista civica di sinistra e di opposizione. È socia della Società Italiana delle Letterate e aderisce alla Rete Italiana Pace e Disarmo e ad Emergency.